martedì 6 marzo 2012

Gregory Crewdson e il lato oscuro del sogno americano

Gregory Crewdson ci racconta il lato oscuro del sogno americano, le ferite nascoste e le inquietudini in bellissime fotografie che richiamano i quadri di Edward Hopper.
Ogni cosa rimane compressa in una prigione ovattata di apparenze.
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I personaggi di Gregory Crewdson sono circondati da un'aura di solitudine e gli scenari che abitano sembrano popolati da fantasmi e rimpianti.
"In a Lonely place" è un film noir degli anni '50 con Humprey Bogart, che ha profondamente ispirato l'ultima fatica fotografica di Crewdson e rappresenta il luogo perfetto dove commettere un crimine.

"I was born when she kissed me.
I died when she left me.
I lived a few weeks while she loved me."
(Dixon Steel - In a lonely place)

L'atmosfera che avvolge le monumentali "tele" di Crewdson rende la scenografia misteriosa e gli attori come delle apparizioni inquiete, reduci da chissà quali tragedie. Sono dei sopravvissuti che riportano, o nascondono, le ferite delle loro vite senza una manifestazione chiara delle loro esperienze. Ogni cosa rimane compressa in una prigione ovattata di apparenze.

photo by Gregory Crewdson

La delicatezza del tratto di Edward Hopper, cui Gregory Crewdson si ispira palesemente, trascende una condizione del mal di vivere espressa con una maggiore interazione col paesaggio e realismo dovuto in parte all'estetica stessa imposta dallo strumento fotografico e in parte alla cura spasmodica del particolare, con l'aiuto di folto gruppo di assistenti e ingenti risorse.

Nel complesso della serie si scopre l'artificiosità della costruzione, perfetta e manipolata, senza sbavature, con illuminazioni cinematografiche che frappongono una distanza nell'immedesimazione dello spettatore, ricordandoci che stiamo assistendo ad una narrazione scenica, forzata e simbolica.

L'inquietudine e il tocco delicato della malinconia che si espande dai quadri di Hopper si tramuta in Crewdson in un distacco ancora maggiore tra ciò che si vede e ciò che si agita sotto la superficie.
I suoi soggetti recuperano i miti dei film hollywoodiani, giocando con metafore delle paure e desideri.

Edward Hopper

photo by Gregory Crewdson

Le immagini sono tratte dallo straordinario "Underneath the roses". Tuttavia da vedere anche il lavoro sulle scenografie di Cinecittà a Roma in "Sanctuary" o il più vecchio "Fireflies", forse la serie meno appariscente ma che adoro moltissimo.

photo by Gregory Crewdson

AA photo by Gregory Crewdson

photo by Gregory Crewdson

photo by Gregory Crewdson

photo by Gregory Crewdson

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